Morire è bello di Paolo Vita

Morire è bello

La morte è sempre stata considerata con grande timore dall’uomo, per il mistero che l’avvolge. Ma la vita terrena è come una scuola; cos’è più bello: il primo o l’ultimo giorno di scuola? Da sempre l’uomo ha cercato di indagare sullo scopo della vita e su cosa ci sia dopo la morte. Si dice volgarmente che nessuno sia mai tornato a dirci cosa c’è dopo la morte ma ormai, da vari decenni, gli scienziati hanno studiato questo aspetto della vita, principalmente in tre modi principali:

  1. racconti di medici, infermieri e familiari che assisterono una persona morente;
  2. interviste di persone rianimate;
  3. regressioni e ricordi di vite precedenti.

In un’intervista con la famosa giornalista e scrittrice Paola Giovetti, il dr. Osis sottolineò il fatto che – secondo una logica aspettativa – un morente dovrebbe spaventarsi nel vedere apparire delle persone defunte e poi dovrebbe ringraziare i medici che lo hanno salvato, rianimandolo. Nulla di tutto ciò risultò dalla loro indagine: gli incontri con i disincarnati davano gioia e serenità ed i morenti – una volta rianimati – si rammaricavano coi medici di essere stati riportati sulla Terra.

Riporto ora alcuni racconti offerti da mia cugina Mary, che ha praticato, come volontaria, assistenza a malati terminali, presso una struttura specializzata di Roma:

“Il primo paziente che assistei era un professore di Catanzaro, una persona dolce, di una religiosità tradizionale, privo quindi di informazioni avanzate sul trapasso e l’Aldilà. Il giorno della sua morte sonnecchiava, quando improvvisamente aprì gli occhi, assunse un’aria rapita e disse: Che bello! Che bello! Anch’io voglio andare lì! Poi si riappisolò. La sera, quando di solito chiedeva che fosse tenuta accesa una luce, disse a sua moglie: spegni la luce, perché devo andar via di qui, devo attraversare il tunnel ed andare verso la luce”

“Una signora, con cui si era stabilito un rapporto approfondito, stava dormendo al mattino quando entrai nella sua camera; mi sedetti presso di lei e cominciai a parlarle mentalmente, cercando di trasmetterle pensieri positivi. Poi lei aprì gli occhi e mi sorrise, si voltò dal lato opposto al mio per presentarmi suo marito, morto vari anni prima e che evidentemente lei vedeva al suo fianco. Io non lo vidi, ma l’assecondai, fingendo di salutarlo. Lei sorrise, facendo il gesto di strusciare la sua guancia su quella di lui.”

“La terza esperienza l’ebbi col mio stesso papà, a cui ero particolarmente legata. Lui era moribondo per l’età avanzata, ricoverato presso il Policlinico Gemelli. Era ormai in stato comatoso ed io l’assistevo, a turno con altri congiunti. Anche con lui accadde che improvvisamente si destò per pochi istanti, spalancò gli occhi e disse: C’è Mario! C’è Mario!

Mario era suo cognato, morto qualche anno prima, vissuto nel suo stesso paese, vicino Roma, e con cui aveva avuto particolare familiarità. Poi si riassopì. Arrivò mia sorella a darmi il cambio nell’assistenza a papà, io non sarei voluta andar via perché quell’episodio mi aveva fatto presumere la morte imminente ma mia sorella insisté perché andassi a riposare; sicché andai via un po’ a malincuore. Appena arrivai a casa ricevetti una telefonata con l’annuncio del trapasso di papà. Successivamente ebbi a parlare del fatto con una mia amica sensitiva, rammaricandomi di aver mancato il momento supremo. Lei mi rassicurò dicendomi che l’incidente era stato provvidenziale dato che il mio forte legame affettivo con papà avrebbe potuto trattenerlo, rendendogli più difficile il trapasso. “

Le numerosissime testimonianze e le ricerche di insigni studiosi supportano l’idea che la vita non sia limitata all’esistenza materiale sulla Terra, ma, al contrario, la maggior parte di essa si svolge fondamentalmente nell’Aldilà: una dimensione incorporea, a noi invisibile.

I risultati sconvolgono le comuni credenze, rivelando che la morte non solo non è un evento disastroso e temibile, ma è il ritorno a “casa”: più piacevole ed attraente della nascita, considerata il “lieto evento”.

E’ un contributo alla sconfitta della morte, intesa come “mistero pauroso”; offrono una serie di risposte alle maggiori domande esistenziali, supportando, o sostituendo eventuali credenze di fede con fatti sperimentati.

– Risulta che:

Quando una persona muore si trova a vivere ed agire con lo stesso aspetto e carattere di prima e le può sembrare di non essere affatto morta, tanto che alcuni credono di essere ancora incarnati. I racconti, ormai sempre più copiosi, raccontano queste esperienze, nonostante una diffusa riottosità a parlarne, per timore di essere considerati pazzi

Le ricerche e le esperienze descritte dimostrano quello che le religioni affermano, senza il supporto di esperienze concrete: la morte non é affatto una fine e non ha nulla di drammatico.

Nel trapasso siamo accolti da Entità disincarnate, spesso parenti e Maestri, che non solo non si rammaricano per la nostra morte, ma anzi gioiscono della possibilità di riaverci con loro e ci aiutano ad ambientarci. E’ il passaggio ad uno stato diverso e generalmente assai migliore.

Insomma morire è bello, non solo perché ce lo dice la fede, ma perché ce lo testimoniano tantissime esperienze.

Nel morire non c’è nulla da temere, a meno che non si sia condotta un’incarnazione delittuosa (incluso il suicidio). La vita terrena é come un dramma, in cui recitiamo una parte e la morte é la nostra uscita di scena. Chi ha avuto un’esperienza di pre-morte, con visioni dell’Aldilà, generalmente riferisce di non aver più paura della morte, ma di attenderla con gioia e rimpiange di essere stato rianimato.

Lo stato disincarnato iniziale non consiste in una eterna contemplazione immobile, o nel famoso “eterno riposo”. Nella maggioranza dei casi, é simile a quello terreno, ma assai più felice di quello corporeo, non essendoci le necessità alimentari, abitative, di riposo, di trasporto, eccetera. L’ambiente in cui ci si trova é normalmente assai più piacevole, con colori e suoni molto più vivaci ed in cui l’Amore é enormemente più presente che sulla Terra, insomma torneremo nel nostro Paradiso Terrestre.

Certamente per i superstiti può essere un gran dolore, una mancanza incolmabile, ma il trapassato sta benone. Dunque la buona notizia é che, se siamo stati ragionevoli, non ci aspetta né l’inferno né il purgatorio, ma neppure il Paradiso nel senso più alto. Dovremo invece fare molte altre esperienze, nello stato incarnato o disincarnato.

Coerentemente con l’essenza di un Dio-Amore, nell’Aldilà ci troviamo in un atmosfera di grande pace ed amore. Dio ci ama con l’Amore di mille madri. Nessuno ci giudica, né ci condanna, o punisce, ma noi stessi, confrontandoci con l’Amore, che pervade quel mondo, ci rendiamo conto delle nostre limitazioni ed imperfezioni, ce ne pentiamo, ci perdoniamo e perdoniamo gli altri. Il “peccato” non é dunque un’offesa a Dio, ma un’occasione mancata, come nell’espressione comune, con cui la si indica, usando lo stesso termine “che peccato!”.

Solo chi é stato così totalmente egocentrico da odiare sempre tutti non può sopportare quell’atmosfera d’Amore e si rifugia in una condizione di tenebra, finché riuscirà a superarla. Risulta anche che tale condizione di sofferenza in cui si troverà e che viene correntemente chiamata “Inferno”, non é eterna, ma temporanea; la sua durata dipende dalla sua stessa decisione di rivolgersi a Dio, chiedendo aiuto e sarà prontamente soccorso. Gli atei, o agnostici, non fanno differenza: non importa cosa si sia creduto, o che religione si sia seguita; conta solo come ci siamo comportati e perché (coerentemente con l’insegnamento evangelico “non chiunque dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio”).

Un altro equivoco molto diffuso é quello di associare la malattia e la sofferenza alla morte. Molti pensano “non ho solo paura di morire e dell’Aldilà ma sopratutto di soffrire nel trapasso” ebbene le esperienze prevalenti smentiscono anche tale pericolo, anzi ci svelano che la coscienza viene staccata dal corpo fisico ancor prima di un eventuale evento traumatico.

Le due cose sono separate ed indipendenti: la malattia e la sofferenza possono colpirci in ogni momento, anche se non sono mortali, aumentano le nostre difficoltà se restiamo in vita. La morte, invece, pone fine ad ogni sofferenza fisica ed é indolore di per sé anzi é apportatrice di gioia. Perfino le morti violente, o l’affogamento, che può spaventare molti, sono generalmente indolori, giacché l’incidentato perde spesso la coscienza corporea al primo impatto.

Il momento della morte é caratterizzato dall’incontro con entità angeliche, o divine, o che furono Maestri, parenti ed amici del morente e che lo accompagnano ed aiutano nella transizione. Essi sono particolarmente numerosi ed attivi in caso di incidenti e catastrofi, per tranquillizzare chi si trovasse spaesato o terrorizzato in prossimità della morte o subito dopo.

E’ perciò consigliabile evitare di distrarre il moribondo da quell’incontro o cercare di trattenerlo con manifestazioni di dolore ed attaccamento. Meglio accompagnarne la dipartita, con compostezza, preghiere, gesti e pensieri affettuosi. I parenti che si siano trovati lontani dal morente al momento del trapasso non devono coltivare sensi di colpa: probabilmente la circostanza é stata voluta dalla provvidenza, o dal morente stesso, per agevolarne la dipartita, specie se il loro attaccamento poteva generare disperazione, o eccessivo desiderio di trattenere la persona in vita.

La maggior parte dei morenti, che l’ha potuto riferire, osserva il proprio corpo separato da se, con disinteresse, o addirittura con ripugnanza. Perciò le cure e gli onori che attribuiamo ai cadaveri dei nostri cari hanno significato solo per noi e per i nostri attaccamenti (a meno di casi particolari di defunti che restino attaccati alla Terra ed aspettino i parenti al cimitero). La sepoltura, con la relativa coda delle visite cimiteriali é comprensibile, ma tende a mantenere una relazione col corpo del caro defunto e con le sue cose, che ci danneggia.

La morte, dunque, risulta un passaggio di sollievo verso uno stato assai attraente e di gran lunga migliore, tanto da far rimpiangere ai pazienti di essere stati rianimati. Perciò nonostante la vita sia un bene prezioso ed una grande opportunità, é opportuno evitare l’accanimento terapeutico, che tende a mantenere in vita ad ogni costo e spesso in condizioni penose chi potrebbe e preferirebbe passare a miglior vita. Questo naturalmente non significa incoraggiare l’eutanasia, che sarebbe un atto deliberato e pericoloso, per chi lo commette, di soppressione di una vita il cui prolungamento può avere motivi ben precisi, sebbene a noi ignoti.

Lo stato dei trapassati consisterebbe fondamentalmente nell’essersi liberati dal corpo fisico, con tutte le sue limitazioni e difetti (incluse malattie e mutilazioni) e poter vivere ed operare nel corpo astrale, o nei corpi superiori, dimostrando un’età apparente di circa trenta anni. I disincarnati sono liberi dalle necessità della vita materiale, che angustiano gli incarnati, come procurarsi cibo, vestiti, casa, cure mediche e qualsiasi altra necessità dato che possono ottenere qualsiasi cosa, col solo richiederla nella loro mente. Anche la compagnia é ideale, perché non sono mescolati con soggetti di ogni livello evolutivo, ma automaticamente si trovano in compagnia di entità della loro stessa evoluzione.

La scoperta della “benignità della morte ci può tranquillizzare e sollevare molto e ci permette di affrontarla con serenità ed addirittura con sollievo. Questo, tuttavia, non deve illuderci che il suicidio sia una soluzione ai nostri problemi, in caso di una situazione esistenziale particolarmente drammatica. Infatti siamo incarnati per imparare e, per farlo, ci programmammo anche situazioni molto impegnative, che dobbiamo affrontare e superare.

Il suicidio, come sostenuto dai ricercatori, comporta una rapida reincarnazione, in condizioni analoghe a quelle che eventualmente rifiutammo. Perciò esso non é una soluzione e bene fa Amleto a temere ciò che avviene a coloro che fuggono i problemi della vita terrena, pensando di risolvere tutto col suicidio.

Gianni Paolo Vita

Il libro completo “Morire è bello”, che può cancellare il timore della morte, è leggibile integralmente e gratuitamente (assieme a molti altri di soggetto spirituale e psicologico) sul sito: redazionevita.altervista.org

http://www.altrogiornale.org/

 


Gianni Paolo Vita è un ingegnere elettronico che iniziò a scrivere per necessità professionali. Dopo il pensionamento, G.P. iniziò a scrivere dei libri su soggetti spirituali e psicologici, che nel 2016 ammontano a circa 30 titoli. Sono pubblicati gratuitamente sul web, insieme ad altri di diversi autori, e ricevono molte visite al giorno. Alcuni titoli sono stati anche stampati.

I libri sono in lingua italiana ma “Morire è bello”, libro che può allontanare il timore della morte, ha avuto un tale successo di visite e commenti che l’autore ha deciso di tradurlo in inglese: “Dying is beautiful”.

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