CHE COSA CI FA CAMBIARE?

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“Prima di cominciare a bombardarci a vicenda con domande e problemi di vario genere, mi chiedo se avete letto sui giornali… in genere non leggo i giornali, do un’occhiata ai titoli… che nel mondo ogni anno si spendono quattrocento miliardi di dollari in armamenti. Quattrocentomila milioni di dollari. Non so cosa significhi una cifra del genere, ma questo è quanto si spende per cercare di ammazzarci a vicenda. Dopo aver letto una notizia simile mi chiedo: cosa farà cambiare gli esseri umani?
Ieri, quel signore alla mia sinistra ha posto una domanda, ha detto: «L’ho ascoltata per tanti anni, ho ascoltato i suoi discorsi, le registrazioni, e così via, e mi ritrovo esattamente al punto di partenza.» Credo che sia importante prendere molto sul serio una domanda del genere. Forse la maggior parte di noi si trova nella stessa posizione; forse.
Che cosa provoca un cambiamento veramente profondo in un essere umano? Chiunque sia interessato alla trasformazione dell’uomo si è posto questo problema. Che cosa ci fa cambiare? Se vi ponete questa domanda seriamente, ve lo chiedete con tutta la profondità del vostro essere: cosa vi farà cambiare? Sarà un evento esterno a provocare una crisi nella vostra vita, a costringervi a una riflessione radicale, e al cambiamento?
Un lutto in famiglia, un incidente, un avvenimento, un qualche evento devastante, psicologicamente o anche fisicamente, sarà questo a provocare un cambiamento profondo? Si deve subire un grande dolore, una grande pena, una grande angoscia, procurata da eventi esterni, per sentirsi costretti, perché un essere umano sia costretto a cambiare strada, motivazione, direzione, cambiare il proprio egoismo, il proprio modo di pensare limitato, brutale?
Abbiamo avuto tante guerre, forse la maggior parte di noi ha vissuto due guerre, guerre devastanti, milioni di persone hanno perso la vita. Pensate all’avvilimento, alla confusione, all’enorme angoscia di quelle persone che hanno subito gravi perdite, non solo materiali, ma la morte dei propri figli. Ma a quanto pare gli eventi esterni, per quanto drammatici, non sembrano suscitare in noi la libertà di dire: “Questo non deve succedere mai più”.
Perciò vi chiedo, ed è una domanda che abbiamo preso in considerazione tante e tante volte: sono gli eventi esterni a cambiare gli esseri umani? Questo è un primo problema. Eventi simili non sembrano aver cambiato l’uomo, se per cambiamento intendiamo una reale trasformazione profonda della motivazione egoistica, che si identifica con gruppi, nazioni, credenze, dogmi, religioni, e via discorrendo.
E apparentemente, badate bene, apparentemente, un evento esterno come la morte del proprio marito, della propria moglie, o dei figli, è in grado di provocare un certo cambiamento nella persona, sull’onda del dolore e del lutto. Non so se lo avete notato. Significa quindi che dobbiamo dipendere dagli eventi esterni?
La morte, la guerra, qualcuno che ci lascia, un evento esterno devastante: è questo che ci farà cambiare? Ossia, dipendere da qualcosa di esterno che ci esponga a un grande tormento e a una grande sofferenza, da cui poi si emerge, forse, profondamente cambiati. A mio parere è una vera e propria atrocità, finanche a dirsi, che per poter cambiare dobbiamo soffrire. È inconcepibile; eppure, a quanto pare, è quello che succede.
Come il guidatore negligente, che scampa provocando la morte altrui e dice: “D’ora in avanti guiderò con la massima prudenza”. È intelligente a posteriori. È possibile essere intelligenti prima? Dove per “intelligenza” non si intende diventare più abili nella sopravvivenza istintiva dell’egoismo, dell’impulso del desiderio, e così via, ma un’intelligenza nata dall’intuizione che gli eventi esterni non cambiano l’uomo alla radice, ma che il cambiamento deve avvenire completamente dal di dentro, senza un fattore necessitante, senza un accadimento o evento di qualche tipo.
Intuire questo è una forma di intelligenza. Intuire la verità che se dipendo da una pressione esterna, da un evento esterno che mi sottopone a un dolore e un’angoscia immani, è facile che diventi cinico e amaro, o mi rifugi in qualche forma di evasione. Cosicché non ci sarà un cambiamento profondo. Comprendere questo è una forma di intelligenza. I materialisti, i comunisti, i fautori del totalitarismo, dicono: “Cambiamo gli eventi esterni, gli esseri umani cambieranno di conseguenza.”
Ma è una strategia che dura da millenni, e a quanto pare non sono cambiati. Poi c’è l’idea, cara a tanti guru e maestri orientali, forse anche occidentali, che – se si abbandona se stessi – tutti i problemi sono risolti. Anche qui, ci si abbandona a qualcosa di esterno, o ci si abbandona a un oggetto di propria invenzione. Vi prego, c’è una reale comprensione fra di noi? È molto importante che ci sia, dopo la questione sollevata ieri da quel signore.
Ha detto: «L’ho ascoltata per tanti anni e non sono cambiato; sono al punto di partenza.». Sapete, a sentir dire una cosa del genere si prova una stretta al cuore. Mi chiedo a quanti di voi si è stretto il cuore. E cosa cambierà quella persona, voi, un altro? Forse, come abbiamo detto, un evento devastante, qualcosa che procura dolore? E se il dolore è profondo, manda in frantumi tutto quel che avete, e forse a quel punto dite: “Non posso più vivere così”; quindi, dipende ancora dagli eventi esterni?
E gli eventi esterni possono essere immani: guerre, terremoti, e così via. E quei… lasciatemelo dire, profittatori… quei profittatori religiosi, se mi consentite il termine, parlano di abnegazione, di abbandono di “sé”. Capite le implicazioni di una cosa del genere? Abbandonarsi, chiaramente, al guru, alla persona che dice: “Abbandonati”, ma interiormente, questo impulso, questo egocentrismo, viene eliminato? Di nuovo lo stesso fenomeno, una pressione, stavolta una pressione interna che spinge a sottomettersi a qualcun altro.
È chiaro questo punto? Possiamo procedere sulla base di questa premessa? Dunque state ascoltando tutto questo, che una pressione esterna non vi farà cambiare, e abbandonarvi a una presenza, un’entità, a Dio, quel che volete, non è altro che desiderio che vi spinge a dimenticare voi stessi, ma il “sé” resta, per quanto camuffato.
Perciò, state ascoltando queste affermazioni? O non hanno alcun senso? Allora forse è qui il nocciolo del problema: intellettualmente, sul piano verbale, capite razionalmente, logicamente, le affermazioni molto chiare che sono state appena enunciate, a meno che non vogliate cambiare le parole, ma essenzialmente il punto è la pressione esterna che agisce tramite il dolore o l’impulso interiore a fuggire da se stessi, che è un’altra forma di pressione.
State ascoltando queste cose in modo da vedere la verità: che in presenza di una pressione esterna o interna che sia il cambiamento non avviene? Vedere questo, ascoltare e vedere quel fatto, è intelligenza. Perciò, state davvero… perdonatemi se ve lo chiedo… ma, dopo averlo ascoltato esposto lucidamente, logicamente, razionalmente, state veramente vedendo il fatto nella sua realtà, la sua verità, il che significa che c’è intelligenza?
E quell’intelligenza è la negazione tanto dell’esterno che dell’interno, e di conseguenza prende le mosse dalla situazione attuale. Allora, ve ne siete resi conto? Ci avete riflettuto seriamente come abbiamo fatto appena adesso, e constatato che una pressione esterna o interna di qualunque tipo non porterà un mutamento radicale? Ascoltare questo e di conseguenza vederlo, è intelligenza. Lo vedete? Avete quell’intelligenza? Allora quell’intelligenza agirà prima dell’evento, cosicché soffrire non è più necessario.
Scoprire una cosa del genere è come… capite?… è un dono del cielo. Scusate se parlo di “cielo.” È un dono grande, immenso, perché quando ci si rende conto che un evento catastrofico, devastante, che procura dolore, o una qualunque pressione esterna o interna non producono il cambiamento, quando lo si vede, se ne vede la verità, prima che subentri l’evento o la pressione, allora quell’intelligenza agisce in qualunque circostanza, nella vita quotidiana, sul posto di lavoro, agisce continuamente.” (Jiddu Krishnamurti)
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