LA NATURA DEI CONDIZIONATORI….NON QUELLI PER L’ARIA FRESCA

apollo

 

 

 

 

 

di Giorgio Masiero

Perché lo stato è sempre più invasivo di ogni sfera personale e comunitaria

Il supporto ai diritti dei gay è maggiore nelle classi a più elevata istruzione e a maggior reddito, si leggeva in un sondaggio di qualche settimana fa, durante la discussione del progetto di legge Cirinnà. Lo stesso era accaduto in passato, in occasione del dibattito in parlamento di leggi che andavano a superare altri costumi antichi: come si spiega che la gente più istruita e ricca tende ad avere vedute morali più lasse? Chiamatemi tonto, ma solo recentemente ho compreso la causa, che è anche, guarda caso, la radice dell’inarrestabile espansione delle funzioni statali in Occidente, quale che sia l’ideologia politica momentaneamente al governo. La ragione ha a che fare con la natura, specificatamente col rovesciamento concettuale apportato nell’età moderna da Cartesio e corroborato dai successi della tecnica.

Per miliardi di anni la natura fu “lo spazio infinito abissale” (Pascal), perimetro e orizzonte di tutte le creature ineludibilmente soggette alle sue leggi (la necessità). La specie più ingegnosa aveva iniziato da subito a dotarsi di mezzi come il fuoco, l’aratro o la vela per catturarne i tesori sepolti, procurarsene i frutti terrestri e sfruttarne gli elementi aerei, ma sopra ogni ingegno umano la natura regnava onnipotente, madre e matrigna. Parmenide insegnava: “Conoscerai come la necessità guidando la volta celeste costringe gli astri a tenere i confini” e lo stesso Prometeo, che aveva donato agli uomini la tecnica rendendoli simili agli dei, proclamava sconsolato: “La tecnica è di gran lunga più debole della natura” (Eschilo).

L’etimo è il verbo latino nascor, nasco: la natura è qualcosa che rinasce per generazione continua e si sviluppa, essendo mortale negli individui ed immortale nelle specie. Il corrispondente greco è phyein, generare, da cui physis, natura, da cui fisica, le cose naturali. Nel libro Fisica, Aristotele descrive la natura come forma attualizzata della materia. La forma unificante, insieme alla materia sottostante, è la sorgente interna da cui nascono le attività naturali: le trasformazioni, le azioni e le reazioni di ogni singolo ente. Nel pensiero classico insomma, la natura-materia, che sia minerale, animale o umana, è sempre congiunta alla natura-forma, perché la materia è un concetto che si attualizza solo in relazione ad una forma particolare, l’attività immanente e teleologica che realizza l’individuo. È il monismo organico.

Questa concezione ha percorso tutta la storia del pensiero occidentale fino a quando uno degli inventori della scienza moderna, Cartesio, introdusse il dualismo riducendo la natura a materia inerte. Inerte non vuol dire statica, ma di per sé a riposo, priva di un’autonoma attività, che può venirle solo dall’esterno. Per Cartesio, la natura è res extensa nello spazio e nel tempo, è il mondo della quantità per contrasto col mondo della qualità; dell’inerzia, per contrasto alla res cogitans che è attiva e dà attività; di ciò che non conosce valore, per contrasto a ciò che ha e percepisce valore; delle cause efficienti per contrasto alle cause finali. Con la tecnica poi, che della nuova scienza è il frutto più prezioso, dominiamo la natura per la nostra convenienza: ne ignoriamo le cause finali (se le ha) e la trattiamo solo in termini di quantità (“analitici”, riduzionistici). Una miniera di commodity, come alla borsa di Chicago si sogna. Nella visione cartesiana comunque, l’intelletto umano (innaturale, in quanto soprannaturalmente separato dalla materia) aveva ancora un ruolo, quello di guidare il corpo a vincere i suoi istinti, così come l’intelletto divino guidava l’attività nella materia inerte per mezzo delle leggi fisiche.

Ai nostri giorni, dal dualismo cartesiano è stata espunto un termine, la res cogitans: come risultato, i contemporanei convivono con un monismo, che non è quello classico, organico e teleologico, ma puramente caotico. È il monismo materialistico. Poiché la tecno-scienza nulla può dire per metodo sulla presenza o assenza di fini in natura e, dall’altra parte, per risultato dà col dominio l’illusione di una conoscenza completa della realtà, il suo silenzio teleologico è interpretato come inesistenza di teleologia. L’assenza di evidenza è evidenza di assenza. I successi nel controllo della natura (e l’ýbris che imputa i fallimenti al fattore umano, anche quando si tratta di fluttuazioni subatomiche o terremoti o tempeste solari) regalano così tanta credibilità alla tecno-scienza, che perfino in alcune discipline umanistiche – per esempio, in psicologia – si danno tentativi comici (perché impossibili, quando i fenomeni non sono replicabili) di adattare il metodo a quello galileiano.

Il fatto è che la tecno-scienza, anche dove non ha nulla da dire, lì ancora modella la nostra immagine del mondo. Noi umani abbiamo la prima fonte delle nostre conoscenze nei 5 sensi: pensare in termini sensibili è per noi il modo più naturale, tanto che anche le cose invisibili (come l’anima, Dio e molti oggetti dello stesso mondo fisico, come spin, campi, particelle, ecc.) sono comprese solo per analogia con le cose visibili. Ciò significa che la conoscenza scientifica conforma la nostra concezione su tutto, dalla musica alla storia, dalla politica all’arte, ecc. Insomma il prestigio della tecno-scienza nel mondo moderno non le deriva solo dalla potenza delle tecnologie filiate, ma anche dall’illusione che il suo valore veritativo sia l’unico fondato e sia esaustivo.

Però, una volta relegata la res cogitans ad epifenomeno (o sottoprodotto) della res extensa, la natura si riduce al regno caotico di questa. Si spiega così perché sia considerato naturale ogni cedimento agli istinti – non importa a quale sordido stato d’infelicità conducano –, mentre l’esercizio di autocontrollo per seguire il cammino indicato dalla ragione è giudicato innaturale ed è irriso. La natura dell’uomo è la ragione, aveva insegnato Aristotele, in ciò l’uomo si distingue dalle bestie! Nella concezione postmoderna della natura-materia invece, la ragione è innaturale e l’uomo è naturale solo negando la sua ragione fino a diventare un bruto. È l’immagine materialistica di una natura senza fini – non il processo scientifico, che davanti ai fini arretra impotente! – a portare come corollario l’inesistenza della morale naturale.

La gente istruita è più liberal semplicemente perché è più imbevuta dello spirito del tempo, diffuso dalle élite condizionatrici; le quali “cercano d’incoraggiare i nostri lati più demoniaci per assicurarsi la nostra acquiescenza di fronte alle loro nefandezze” (C.S. Lewis). Le menti flessibili (“le classi ricche ed istruite” dei sondaggi) sono più disposte ad assorbire la conoscenza, ma per lo stesso principio sono anche più permeabili alla falsità.

Senza una visione teleologica della natura con cui giudicare il fine della nostra esistenza, l’etica si muove con i venti della moda, che poi vuol dire con ogni idea che passa per la testa d’un creativo. Necessariamente la nuova idea dev’essere “coraggiosa”, “trasgressiva”, cioè venire dalla ribellione contro le restrizioni poste dalla tradizione verso un qualche istinto. Ci fu un momento, non molto tempo fa, in cui l’idea rivoluzionaria fu il sesso extra-coniugale, poi venne l’aborto, poi l’unione di donne vecchie con maschi giovani, oggi la coppia omosessuale… Domani? Fatto il giro (accelerato) delle combinazioni finite, si tornerà al punto di partenza.

La concezione della natura come caos implica che solo la conoscenza (“gnósis”) posseduta dalle élite può salvare il genere umano, altrimenti languente allo stato d’imperfezione “naturale”. Il pregiudizio cartesiano spiega perché la famiglia naturale è trattata dai condizionatori come un’istituzione disordinata, richiedente il loro aggiustamento illuminato. I genitori sarebbero incapaci di crescere i figli senza l’aiuto di coloro che proclamano di pensare meglio di te e dei tuoi vicini. Le comunità – reali, di persone – sarebbero incapaci di autogovernarsi senza calpestare i diritti delle minoranze, così come definiti dai condizionatori. I molti sarebbero inadatti a dirigere le proprie vite ed abbisognerebbero dello stato-balia che lo faccia al loro posto.

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L’autore delle Lettere di Berlicche e delle Cronache di Narnia descrive magistralmente il soggettivismo che si sostituisce alla morale naturale: “Quando tutto ciò che dice ‘Questo sì è bene’ è stato sfatato, quello che rimane è ‘Questo è ciò che voglio’. Il bene non può essere diviso né analizzato, perché non ha mai avuto tali pretese. l Condizionatori, di conseguenza, alla fine sono semplicemente motivati dal proprio piacere. Non sto qui parlando dell’influenza corruttrice del potere, né esprimo il timore che sotto di essa i nostri Condizionatori degenereranno. Corrotto e degenere sono parole che implicano una dottrina di valore, sono quindi prive di significato in questo contesto. Il mio punto è che coloro che si trovano al di fuori di tutti i giudizi di valore non possono avere alcun motivo per preferire uno dei loro impulsi ad un altro, tranne la forza emotiva di quell’impulso. Con la logica della loro posizione essi devono solo prendere i loro impulsi come vengono, dal caso. E il caso qui significa da ereditarietà, o dalla digestione, o dal tempo che fa, o da un’associazione di idee: di qui spuntano le ragioni dei Condizionatori. Il loro razionalismo estremo, la loro analisi scientifica delle motivazioni, li lasciano creature di comportamento totalmente irrazionale” (The Abolition of Man, 1943).

Se la natura è divenuta una commodity e la coscienza non ne fa parte, ognuno cerca di controllare il mondo esterno, esimendo sé da ogni dovere di autocontrollo. L’etica può solo essere artificiale, anzi soggettiva (etica “soggettiva”? che ossimoro per celare l’immoralità!), tanto che ci si lamenta se altri parlano di moralità oggettiva, laica s’intende, per moderare attività istintuali come l’automutilazione e il polimorfismo sessuale. Lo stato originale, del “buon selvaggio”, di ogni umano è considerato qualcosa di sacro (“intoccabile”), questo sì naturale, essendo innaturale ogni attività di autocontrollo e civiltà. Ovviamente, quando gli individui sono esentati dal dovere di contenere gli istinti, esplode il caos nella città e nessuno, ahimè, ama il caos. Però nessuno ammette una morale che ponga limiti ai suoi impulsi “naturali”. Ecco allora gl’irresponsabili individuali invocare lo stato – cioè le stesse élite da cui sono stati arati, seminati e mietuti – ad intervenire contro l’irresponsabilità generale. Nella società postmoderna, dove troppi sono prigionieri della perdita di autocontrollo, ad ogni calo di questo corrisponde l’aumento dello stato ficcanaso.

La crescita abnorme dell’invadenza delle magistrature burocratiche è l’esito della deresponsabilizzazione delle persone: in nome dei diritti soggettivi e dell’ordine pubblico che l’esercizio di quelli tende a turbare, l’autorità vera – quella non eletta, permanente e riproducentesi per cooptazione, armata fino alla facoltà di sequestrarti i beni e la libertà, preferibilmente residente in luoghi iperuranici come New York, Bruxelles o Strasburgo, lontani dal teatro – si espande ogni giorno di più nella vita privata. La burocrazia prende il controllo là dove la crescita e la maturità sono considerate innaturali, essendo gli individui educati (pardon, coltivati efficacemente dai tecnici dei condizionatori, gli “spin doctor”) ad una cultura simil-animalista dei “diritti”, senza i doveri che esigono autocontrollo.

Se l’autodisciplina fosse reintegrata come un attributo naturale della specie umana – in questo almeno riconosciuta irriducibile agli animali –, se i nostri ragazzi non fossero istruiti a restare eterni Peter Pan da cui poco ci si aspetta perché l’auto-restrizione è l’unica cosa considerata contro natura (“vietato vietare!”), non ci sarebbe bisogno di uno stato a far da balia 24 × 7 × 365 ore l’anno.

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