LA SCIENZA DELLA MORTE

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Tra tutte le incertezze che caratterizzano il nostro mondo terreno, vi è una sola certezza: la Morte. Prima o poi, dopo una vita lunga o breve, la fase materiale della nostra esistenza viene a termine e questo termine non è che una nascita in un mondo nuovo, giacché quello che noi chiamiamo “nascita” è, secondo le belle parole di Wordsworth, l’oblio di un passato.

La nostra nascita non è che un sonno, un dimenticare:
l’anima che sorge con noi,
Stella della nostra vita,
Ha avuto altrove il suo tramonto,
E viene da lontano:
Non in perfetto oblio,
E non in completa nudità.
Ma come ondeggianti nuvole di gloria
Noi veniamo da Dio, che è la nostra dimora:
nell’infanzia non vediamo che il cielo!
Le ombre della prigione cominciano a chiudersi
Sul fanciullo che cresce,
ma egli scorge la luce e donde essa proviene,
egli la vede nella sua gioia;
il giovine che sempre più si allontana dall’oriente deve viaggiare,
ma è tuttavia il sacerdote della natura,
e dalla splendida visione è accompagnato nel suo cammino;
finalmente l’Uomo la vede dileguarsi
e svanire nella luce del giorno comune.

La nascita e la morte possono perciò essere considerate come il cambiamento di attività dell’uomo da un mondo ad un altro, e dipende dalla nostra stessa posizione il chiamare questo cambiamento nascita o morte. Se l’uomo entra nel mondo in cui viviamo, noi diciamo che nasce; se lascia il nostro piano di esistenza per entrare in un altro mondo, noi diciamo che muore. Ma per l’individuo stesso il passaggio da un mondo ad un altro è come per noi il trasloco da una città ad un’altra; egli vive immutato; ma le sue circostanze esteriori e la sua condizione sono cambiate.

Il passaggio da un mondo ad un altro è spesso accompagnato da una maggiore o minore incoscienza come il sonno, come dice Wordsworth, e per questa ragione la nostra coscienza può fissarsi sul mondo che abbiamo lasciato. L’infanzia percepisce il mondo invisibile circostante: appena nati, infatti, i bambini sono tutti chiaroveggenti per un periodo di tempo più o meno lungo, e colore che passano nell’al di là alla morte scorgono ancora per qualche tempo il mondo materiale.

Se moriamo nel vigore e nella pienezza della vita, con forti legami di famiglia, di amicizia o di altri interessi, il mondo continua ad attrarre la nostra attenzione per un periodo di tempo più lungo che se la morte ci avesse colti in età più matura, quando i vincoli terreni sono già logorati. E ciò per lo stesso principio per cui il seme si attacca alla polpa del frutto acerbo, mentre si stacca facilmente e interamente dal frutto matura. Perciò è più facile morire nell’età avanzata che nella giovinezza.

L’incoscienza che abitualmente accompagna lo spirito che arriva alla nascita e quello che parte alla morte, è dovuta alla nostra incapacità di immediato adattamento ed è simile alla difficoltà che incontriamo quando passiamo da una stanza oscura alla luce della strada, o viceversa. In tali condizioni occorre del tempo prima che possiamo distinguere gli oggetti intorno a noi; così avviene al nascituro e al morituro: tutti e due devono a poco a poco abituarsi al loro nuovo ambiente ed alle nuove condizioni di vita.

Quando giunge il momento che segna il termine della vita nel mondo fisico, l’utilità del corpo denso è terminata, e l’Ego si ritrae da esso attraverso la testa, portando con sé la mente ed il corpo del desiderio, come fa ogni notte durante il sonno; adesso il corpo vitale è inutile, così che anch’esso viene abbandonato e quando si spezza il cordone argenteo che unisce i veicoli superiori a quelli inferiori, il distacco è definitivo ed irreparabile.

Ricordiamo che il corpo vitale è composto di etere sovrapposto al corpo denso delle piante, degli animali e dell’uomo durante la vita fisica. L’etere è una sostanza fisica e perciò ha un peso. La sola ragione per cui gli scienziati non possono pesarlo, è che essi non riescono a raccoglierne una certa quantità e a metterla sulla bilancia. Ma quando, alla morte, esso abbandona il corpo denso, si verifica sempre una diminuzione di peso, il che dimostra che qualche cosa avente peso, e nondimeno invisibile, lascia il corpo denso in quel momento.

Nel 1906 il Dr. Mac Dougall di Boston pesò un certo numero di persone morenti mettendo i loro letti su delle bilance che egli poteva manovrare. Fu notato che la piattaforma recante i pesi scendeva rapidamente al momento in cui veniva esalato l’ultimo respiro. In tutta l’Unione si sparse la notizia che l’anima era stata pesata, cosa impossibile questa, perché l’anima non è soggetta a leggi fisiche. Più tardi il prof. Twining di Los Angeles pretese di pesare l’anima di un topo, ma ciò che lo scienziato giunse realmente a pesare fu il corpo vitale che abbandonava il corpo denso al momento della morte.

Bisogna dire una parola riguardo al trattamento da usarsi verso i morenti i quali soffrono spesso una indicibile agonia per la malintesa gentilezza degli amici. La somministrazione di stimolanti ai moribondi causa terribili sofferenze. Non è doloroso abbandonare il proprio corpo, ma gli stimolanti hanno l’effetto di far rientrare l’Ego partente entro il suo veicolo con la forza di una catapulta, facendo provare di nuovo le sofferenze dalle quali era sul punto di liberarsi. Anime di trapassati si sono spesso lamentate con gli investigatori, ed una di queste disse di non avere sofferto in vita tanto quanto soffrì durante le molte ore in cui le fu impedito di morire. Il solo modo razionale è quello di lasciare che la natura abbia il suo corso, quando si vede che la fine è inevitabile.

Un’altra e più grave colpa contro lo spirito partente è quella di abbandonarsi a pianto dirotto e a lamenti nella camera ardente o anche vicino ad essa. Immediatamente dopo la sua liberazione, e per un periodo che va da alcune ore ad alcuni giorni, l’Ego è impegnato in una questione della massima importanza; una gran parte del valore della vita trascorsa dipende dall’attenzione che su di essa concentra lo spirito partente. Se questo è distratto dai singhiozzi e dai lamenti dei propri cari, perderà molto, come vedremo, ma se è rafforzato dalla preghiera e aiutato dal silenzio, molto dolore potrà essere risparmiato a tutti gli interessati. Non siamo mai tanto i custodi del nostro fratello, come quando egli sta per attraversare questo Getsemani, ed è questa una delle migliori occasioni per servirlo e per preparare a noi stessi un tesoro celeste.

Abbiamo studiato il fenomeno della nascita e possiamo perciò usare, in occasione di tale evento, accorgimenti speciali. Abbiamo infatti ostetrici provetti ed infermiere addestrate per assistere nel miglior modo possibile tanto la madre che il fanciullo, ma dobbiamo molto dolorosamente constatare che non possediamo affatto una scienza della morte. Quando un bambino sta per entrare nel mondo, noi ci affaccendiamo con intelligente zelo; quando un amico di tutta la vita è sul punto di lasciarci, noi restiamo impotenti, ignoranti di come aiutare e, peggio ancora, con la nostra incapacità causiamo sofferenze invece di dare aiuto.

La scienza fisica sa che qualunque sia la forza che muove il cuore, essa non viene dal di fuori, ma risiede nel cuore stesso. Lo scienziato occulto vede una camera nel ventricolo sinistro, vicino all’apice, dove un piccolo atomo nuota in un mare del più alto etere. La forza di quell’atomo, come le forze in tutti gli altri atomi, è la vita indifferenziata di Dio. Senza quella forza il minerale non potrebbe formare la materia in cristalli e i regni vegetale, animale ed umano sarebbero incapaci di formare i loro corpi. Più profondamente guardiamo, e più chiaro ci appare quanto sia fondamentalmente vero che in Dio viviamo, ci muoviamo, ed abbiamo la nostra esistenza.

Quell’atomo è chiamato “atomo-seme”. La forza in esso contenuta muove il cuore e mantiene in vita l’organismo. Tutti gli altri atomi dell’intero corpo debbono vibrare in armonia con questo. Le forze di quell’atomo-seme furono immanenti in ogni corpo denso che fu posseduto dal particolare Ego a cui esso è unito, e sopra la sua tavoletta plastica sono incise tutte le esperienze di quel particolare Ego durante tutte le sue vite. Quando torniamo a Dio, quando tutti saremo di nuovo uno in Dio, quel ricordo, che è particolarmente ricordo di Dio, rimarrà sempre, e così noi manterremo la nostra individualità. Noi trasmutiamo, come verrà descritto, le nostre esperienze in facoltà, il male è tramutato in bene e il bene lo riteniamo come capacità di bene sempre maggiore, ma il ricordo delle esperienze è di Dio e in Dio, nel senso più intimo dell’espressione.

Il “cordone d’argento” che unisce i veicoli superiori a quelli inferiori, termina nell’atomo seme nel cuore. Quando la vita materiale giunge al suo termine naturale, le forze dell’atomo seme si ritirano, passano al di fuori lungo il nervo pneumogastrico, dietro la testa e lungo la corda d’argento insieme coi veicoli superiori. Questa rottura nel cuore segna la morte fisica, ma il cordone d’argento non si spezza subito, in qualche caso non prima di alcuni giorni.

Il corpo vitale è il veicolo della percezione sensoria. Siccome questo rimane col corpo sensibile e la corda eterica lo unisce col corpo denso abbandonato, è evidente che fino a che tale corda non è spezzata, deve esserci un certo grado di sensibilità nell’Ego quando il suo corpo denso è molestato. Perciò esso prova dolore quando il sangue viene estratto e vi si inocula il fluido per imbalsamarlo, quando il corpo viene aperto per un esame post-mortem e quando il corpo è cremato.

Allo scrivente fu narrato il caso di un chirurgo che tagliò tre dita del piede di una persona addormentata con anestetici. Egli gettò le tre dita tagliate in una stufa accesa e immediatamente il paziente cominciò a strillare, perché la rapida disintegrazione delle dita materiali causava una egualmente rapida disintegrazione delle dita eteriche che erano collegate coi veicoli superiori. Allo stesso modo qualsiasi molestia è risentita dallo spirito disincarnato per un periodo che va da alcune ore fino a tre giorni e mezzo dopo la morte. Da allora qualsiasi connessione è spezzata e il corpo comincia a decomporsi.

Si deve perciò avere cura di non causare disagio allo spirito partente con simili misure. Se le leggi od altre circostanze impediscono di tenere tranquillamente il cadavere per alcuni giorni nella stanza dove la morte ha avuto luogo, esso può essere interrato per quello spazio di tempo e poi trattato nel modo voluto. La quiete e la preghiera sono di enorme vantaggio durante quel breve tempo, e se noi amiamo saggiamente lo spirito dipartito potremo guadagnarci la sua gratitudine imperitura seguendo le indicazioni date.

Tratto dalla 5° Conferenza di Max Heindel: “Il Cristianesimo Rosacrociano”

Articolo proposto dalla Rosicrucian Fellowship
tradotto dal Gruppo di Studi Rosacrociani di Padova

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