TUO FIGLIO VA MALE A SCUOLA? SAPPI CHE GRAN PARTE DELLA RESPONSABILITÀ POTREBBE ESSERE TUA.

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Il femminile e il maschile per par condicio sono usati indifferentemente in tutto l’articolo.
Capire perché un bambino o un adolescente non va bene a scuola è sempre stato uno dei miei più grandi interessi in quanto docente.
Ma sono anche e soprattutto una pedagogista, ovvero una studiosa, una ricercatrice dei processi educativi e dell’apprendimento. La pedagogia pertanto (che si prefigge di rendere gli uomini e le donne sempre migliori), mi spiega perché alcuni studenti hanno difficoltà scolastiche portandomi spesso in una direzione ben precisa: quella della famiglia.
Oggi nei problemi scolastici si tende a indirizzare l’argomento soprattutto verso i bambini etichettandoli con acronimi quali BES, DSA, ADHD ecc. e riconducendo il tutto a una diagnosi, quindi ad una problematica insita nel bambino stesso. Si comincia alle elementari con una bella certificazione di qualche specifica difficoltà (discalculia, dislessia, disgrafia, disortografia e chi ne ha più ne metta!) e si è condannati per tutta la vita. Di questo però ne ho già parlato tanto e anche scritto, l’ultimo libro Bambini senza DSA: una realtà possibile!sarà in vendita tra pochi giorni.
Ora invece voglio parlare di tutti quei bambini o adolescenti che non hanno mai avuto una certificazione (e non per questo se la devono adesso andare a cercare!), ma che stentano a prendere il sei, hanno difficoltà di vario genere, e ogni fine anno scolastico dubitano se passeranno alla classe successiva.
Ai miei adolescenti (ma spesso anche ai genitori) sono solita ricordare che a scuola non ci si va per il futuro lavoro (che non si sa né se ci sarà, né quale sarà), non ci si va per far contenti mamma e papà, o per un bel voto, no, non è questo lo scopo della scuola. A scuola ci si va per imparare ad affrontare il mondo, per imparare a diventare donne e uomini autonomi e indipendenti, per imparare a conoscere e a fare ricerca sulla storia, sulla geografia, la matematica, la letteratura ecc. inizialmente, che ci porterà poi a conoscere e saper fare ricerca nei rapporti con gli altri, nella vita di tutti i giorni, in poche parole a saper affrontare da soli il proprio futuro.
E sapete perché dico loro questo? Perché la scuola deve e può diventare un piacere. Perché è una parte importante, lunga, dell’infanzia e dell’adolescenza e questo periodo della vita deve essere vissuto al meglio, per poter crescere permettendo ai bambini prima, e gli adolescenti poi, di costruirsi una forte autostima (che l’odio per la scuola non permette) e una capacità di risolversi le questioni della vita autonomamente.

Quando noi riempiamo i nostri giovani fin dall’età di sei anni di aspettative sui voti o sul comportamento che deve essere ineccepibile, quando riempiamo i nostri giovani di argomenti sulla rivalità, sulla competizione, sull’essere o il diventare il migliore, togliamo loro il piacere di andare a scuola, togliamo loro il diritto all’infanzia e all’adolescenza felice. Quando li tormentiamo perché non hanno preso un voto più alto o perché a vostro giudizio passano poche ore sui libri; o quando li tormentiamo con domande assurde di pretese assurde sul rendimento, sui contenuti, sull’ordine… gli stiamo togliendo il piacere di andare a scuola. Ma questo forse lo sapete già, anche se pochi lo vogliono ammettere.
Ho avuto modo di analizzare le situazioni, osservare i comportamenti di tutti (bambini, adolescenti, genitori, insegnanti, nonni ecc.) e ho avuto modo di trarre tante diverse conclusioni sul perché i bambini o gli adolescenti spesso hanno difficoltà a scuola; ma di una in particolare vi voglio parlare.
Quando ci sono delle carenze (oltre a parlare di DSA, ADHD ecc.) accusiamo anche gli insegnanti di non essere preparati per affrontare le tante individualità quanti sono i loro studenti, e tante volte è vero: loro sono responsabili dell’andamento scolastico degli alunni. Ma sul cattivo rendimento dei nostri giovani ho potuto constatare che tali responsabilità — anche in modo abbastanza insistente — sono da attribuire molto spesso alla famiglia.
Vi spiego perché.


Nell’arco di tempo in cui ho esercitato (ed esercito) la professione di consulente pedagogico, sono venuti da me spesso degli adolescenti che per tutte le scuole primarie, sono stati dei bravi studenti con un rendimento scolastico assolutamente nella norma. Rendimento che però dopo il primo anno delle scuole medie inferiori è crollato senza alcun motivo apparente, portandoli appunto nel mio studio. Perché?
Essendo una pedagogista che fa anche consulenza alla famiglia oltre che recupero delle difficoltà scolastiche di bambini e adolescenti, ho potuto valutare un certo diverso atteggiamento dei genitori nella dinamica di rapporto con i propri figli nel passaggio dalle scuole primarie alle secondarie di primo grado. Questa sostanziale differenza è riferita per lo più alle aspettative prestazionali del proprio figlio all’ingresso delle scuole superiori. Ma mi spiego meglio. 
Viviamo in una società che mediamente è alfabetizzata per la prima infanzia; voglio dire che la maggioranza di noi, bene o male, si sente in grado di poter aiutare i propri figli fino alla quinta primaria.
Per questo motivo molti genitori stanno dietro ai loro bambini dicendogli cosa fare, come fare i compiti, come studiare, come fare gli esercizi, spesso fanno i compiti ai propri figli, spiegano loro le lezioni apparentemente non spiegate dai docenti o non capite, pretendono da loro un certo ordine nei quaderni, dicono loro come rispondere alle insegnanti, come gestire il proprio materiale, cosa dire, cosa non dire e chi più ne ha più ne metta anche in questo caso! E sapete perché fanno questo? 
 
 

Perché non credono nelle potenzialità dei propri figli, non li stimano abbastanza, non gli danno fiducia e per questo hanno bisogno di esercitare su di loro un controllo da campo di concentramento. 

Così facendo però, creano un figlio o una figlia incapace di gestirsi lo studio, incapaci di studiare da soli, di trovare le soluzioni ai problemi, di sapersi autogestire e di responsabilizzarsi, oltre che di far nascere in se stessi l’autostima e la voglia di andare a scuola. In poche parole, genitori che si occupano di tutto fin dalla prima primaria imboccando i propri figli, li fanno diventare dei disadattati inconsapevoli impedendogli di fatto una crescita psichica autonoma. 
Ma questo problema alle scuole primarie non si evidenzia: i bambini sono sottomessi in quanto ritenuti incapaci, dicono di sì a tutto per l’autorità dell’adulto e per il vantaggio che ne traggono nell’aiuto soprattutto ai compiti (il quale vantaggio però, è semplicemente il lato luminoso del controllo da parte dell’adulto, direbbe la Norwood), e il genitore è soddisfatto, così come le insegnanti. Ma, c’è un grosso ma da considerare.

Quando i propri ragazzi cominciano la scuola superiore di primo grado, il genitore il più delle volte, non si sente più competente nel seguire il figlio nelle attività scolastiche. E ovviamente, a quel punto, lo lascia andare negli studi, dicendogli che è grande e deve saper fare da solo. 

Ma se fino a quel momento non gli hai permesso di crescere? Se fino a ieri hai detto a tuo figlio anche come pulirsi il naso perché non lo ritenevi all’altezza, come pensi che in una scuola molto più impegnativa, senza che abbia potuto formarsi la minima autostima, senza avergli dato la facoltà di risolversi un’impasse da solo, senza avergli permesso di imparare a dialogare con l’insegnante (perché fino a quel momento gli hai detto cosa dire, cosa non dire, come muoversi e quali matite portare in classe), come pensi che adesso possa autogestirsi responsabilmente e rendere di quel profitto finto, che tu madre o padre hai costruito nelle scuole primarie? 
Capisco che questo atteggiamento che descrivo del genitore è molto complesso e molto imbarazzante da ammettere per la famiglia. Lo capisco perché so che nella prima infanzia mamma e papà hanno voluto far vedere al proprio figlio e agli altri la loro potenza “educativa”, hanno voluto dare ai propri figli anche un’immagine di loro come insegnanti di scuola, quando di fatto non lo sono, perché insegnare è un’arte e una scienza ben precisa, oltre che una cultura aggiornata su una o più specifiche discipline. Lo capisco, non è facile per i genitori essere tali ma ammettere di non essere tutto e tutti contemporaneamente agli occhi dei propri figli. 
Allora il genitore che fa quando comprende inconsciamente di non essere più capace di fare l’insegnante? Invece di tirarsi indietro umilmente, come si farebbe per una malattia davanti a un medico, o come si farebbe nella contabilità dell’azienda davanti ad un commercialista, guarda il figlio negli occhi e minaccia, urla, baratta le ore di svago con quelle dello studio, pretende il rendimento, oltre al voto alto, pretende di svezzare il proprio figlio senza minimamente comprende la difficoltà in cui il genitore stesso lo ha messo. 

 
 
Non è questo il modo cara mamma e caro papà di aiutare i vostri adolescenti. Se volete che vostro figlio o vostra figlia riacquistino un rendimento positivo là dove voi lo avete impedito, la dovete sostenere, lo dovete incoraggiare. Ovvero, dovete fare tutto quello che fino a quel momento non avete fatto: dovete lasciarlo andare sì, ma credendo veramente nelle sue possibilità, capacità e potenzialità, stimolandolo e incoraggiandolo a fare da solo, perché può fare da solo. In poche parole dandogli fiducia e soprattutto dimostrandogliela. 
Cari genitori, il lavoro più grosso, affinché i vostri figli possano avere un rendimento positivo a scuola, lo dovete fare su voi stessi e imparare a credere in loro, a incoraggiarli, a sostenerli nelle difficoltà credendo veramente che ce la possano fare da soli, permettendogli o permettendole di costruirsi un’autonomia e un’autostima, e ciò può avvenire solo se la famiglia li sostiene e crede in loro senza interferire. 
Cari genitori, abbiate il coraggio di modificare il vostro atteggiamento, prima ancora di volere e di chiedere di modificare quello di vostro figlio.
Dr.ssa Tiziana Cristofari
http://www.figlimeravigliosi.it/

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