VELO DI MAYA: PERCHÉ CI RENDE PRIGIONIERI

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Non amo il complottismo, credo infatti che accusare poteri esterni della propria condizione sia un modo come un altro per non assumersi le responsabilità della propria esistenza. Tuttavia mi chiedo spesso se sia normale una società in cui le persone sono insoddisfatte, nevrotiche, infelici, costrette, per ragioni di sopravvivenza economica, a svolgere lavori che non amano, convinte che il solo fatto di trovare un lavoro, per quanto noioso e opprimente, sia una fortuna. L’idea di svolgere per tutta la vita una professione che mi permette di portare a casa denaro in cambio della mia serenità mentale mi terrorizza.

Eppure sembriamo a tal punto abituati a questo compromesso da ritenerlo giusto. In fondo, ci ripetiamo, mi permette di mantenere me stessa e la mia famiglia, quindi va bene. Poco importa se quel lavoro ci fa sentire tristi, demotivati, annoiati, miseri, senza scopo. Credo che questo sia un grande inganno. Una trappola che forse abbiamo creato noi stessi, forse ci è sfuggita di mano o magari, viene alimentata da qualcosa che ci sfugge, qualcosa di invisibile che tuttavia esiste. Sono altrettanto convinta che ognuno di noi abbia la possibilità di uscire dalla trappola, sebbene farlo non sia così scontato come spesso ci dicono.

Ho fatto questa premessa per introdurre l’argomento di oggi, il velo di Maya, espressione coniata dal filosofo Arthur Schopenhauer ne “Il mondo come volontà e rappresentazione” per indicare l’illusorietà della realtà in cui viviamo. Sebbene si ritenga che l’origine sia sanscrita, il docente di Storia dell’Islam Alessandro Grossato, nel suo blog, fa notare che in India “Maya” indica qualcosa di diverso dal concetto occidentale, riferendosi alle “idee di produzione, arte, magia, illusione. Dunque di qualcosa o di un insieme che viene prodotto naturalmente, o mediante procedimento artistico o magico, e che comunque mantiene sempre in sé una natura essenzialmente illusoria. Illusoria, ma, si badi bene, non per questo irreale.”

In questa trattazione mi atterrò tuttavia al significato attribuito da Schopenhauer, quindi velo di Maya inteso come velo di natura illusoria, partendo dal presupposto che la vita per come la conosciamo sia un sogno regolato da precise leggi, valide per tutti: ““E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che agli prende per un serpente”.

Cos’è il Velo di Maya

Questo velo separa noi esseri umani dalla autentica percezione della realtà, imprigionandoci nel ciclo di morte-rinascita, impedendoci la liberazione definitiva. In tale ottica il mondo materiale è illusione, apparentemente duale, ovvero basato sulla divisione fra bene e male, bianco e nero, luci e ombre, sacro e profano. In realtà questa dualità è fasulla. Un concetto che ricorda la caverna di Platone, in cui l’uomo veniva considerato cieco poiché fin dalla nascita i suoi occhi erano coperti da un velo. Solo liberandosi da esso, l’anima può risvegliarsi.

L’idea della cecità dell’essere umano, seppure in salse diverse, ritorna frequentemente in vari autori, pensiamo allo stesso Carl Gustav Jung che nel corso del seminario “Psicologia del Kundalini Yoga” affermò: “C’è una quantità di persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminano ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di là di un muro di vetro, sono ancora nell’utero. Sono nel mondo soltanto provvisoriamente e presto ritorneranno al pleroma da cui hanno avuto inizio. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo; sono sospesi per aria, sono nevrotici che vivono una vita provvisoria. Dicono: “Adesso sto vivendo in queste condizioni. Se i miei genitori si comportano secondo i miei desideri, ci sto. Ma se dovessero mai fare qualcosa che non mi piace, allora tiro le cuoia.”Questa, vedete, è la vita provvisoria: una vita condizionata, la vita di qualcuno che è ancora collegato al pleroma,il mondo archetipico dello splendore, da un cordone ombelicale grosso come una gomena da nave. Bene, nascere è importantissimo; si deve venire in questo mondo, altrimenti non si può realizzare il Sé, e fallisce lo scopo di questo mondo. Se questo succede, semplicemente si deve essere ributtati nel crogiuolo e nascere di nuovo. […] Vedete, è di un’importanza assoluta essere in questo mondo, realizzare davvero la propria“entelechia”, il germe di vita che si è, altrimenti non si può mai mettere in moto Kundalini e non ci si può mai distaccare. Si viene ributtati indietro, e non è successo nulla, è un’esperienza assolutamente priva di valore. Si deve credere in questo mondo, mettere radici, fare del proprio meglio, anche se bisogna credere alle cose più assurde. […] Si deve infatti lasciare qualche traccia di sé in questo mondo, che certifichi che siamo stati qui, che qualcosa è successo. Se non accade nulla del genere, non ci si sarà realizzati; il germe di vita è caduto, per così dire, in uno spesso strato d’aria che lo ha tenuto sospeso. Non ha mai toccato il suolo, e quindi non ha potuto produrre la pianta. Se invece si entra in contatto con la realtà in cui si vive, vi si rimane per diversi decenni e si lascia la propria impronta, allora può avviarsi il processo di impersonale. Vedete, il germoglio deve sbocciare dalla terra, e se la scintilla personale non è mai entrata nella terra, da lì non uscirà nulla, non ci saranno né “linga” né “Kundalini” perché si è ancora nell’infinità che c’era prima.” La cecità, per Jung, è anche quella di chi non individua quindi il proprio scopo di vita.

Come andare oltre il velo?

Una formula magica per riuscirci non esiste, tuttavia la meditazione si rivela forse lo strumento più importante per iniziare a intravedere l’essenza delle cose, a dispetto delle percezioni sensoriali comuni. Perché silenziando i pensieri che nel loro moto incessante contribuiscono a renderci nevrotici e folli, possiamo ricontattare l’essenza di noi stessi. Non è così difficile riuscirci ma è indispensabile desiderarlo davvero. La libertà è magnifica, tuttavia implica grandi responsabilità. La domanda da porsi allora è: siamo davvero pronti per questa libertà? Ci rendiamo conto di cosa significa?

Laura De Rosa

http://www.eticamente.net/

 

 

 

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